Considerata il capolavoro assoluto della Land Art americana, City di Michael Heizer nasce come rifiuto del museo e del mercato. Eppure la sua storia rivela un'altra geografia: quella delle terre indigene, delle politiche di appropriazione del territorio e del potere culturale di decidere cosa debba essere conservato. Un'analisi critica di una delle opere più influenti del Novecento.

Da Newe Sogobia alla Palestina, da City ai coloni. Cambiano i contesti, cambiano le forme del potere, cambiano le storie ma quello che resta sempre è la pretesa di trasformare la presenza di qualcuno in un’assenza e, con essa, la terra in uno spazio disponibile.

Lo scrivo qui, su il Giornale dell'arte

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